Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra fermarsi.
Non succede per forza qualcosa di enorme. A volte non c’è un singolo evento che ti blocca. Semplicemente, un giorno ti accorgi che non stai più andando avanti come prima.
Io venivo da un anno complicato.
Uno di quegli anni un po’ sfigati, in cui la testa non gira, il corpo non risponde, la motivazione va a intermittenza e anche le cose che prima ti accendevano sembrano lontane.
Sono sempre stato una persona attiva. Mi sono sempre messo alla prova con sfide personali, sport, progetti, obiettivi. Però quell’anno non carburavo. Avevo preso quasi 30 chili e la mia vita sembrava non girare più nel verso giusto.
Poi, come spesso succede, tutto è partito da un momento banale.
Ero seduto sul divano, telefono in mano, a scrollare senza un vero motivo. A un certo punto mi compare una sponsorizzata di Celestini Moto, un team storico con cui avevo corso da giovane.
Per me non era una pubblicità qualsiasi.
Era come vedere un faro in mezzo al mare aperto.
In quel momento ho pensato:
“Sai che c’è? Che sarà mai.”
E da lì è iniziato tutto.
La telefonata che ha cambiato tutto
Ho chiamato Gianluca Celestini e gli ho chiesto:
“Gianlu, come funziona?”
Lui, da buon venditore, mi risponde subito:
“Guarda Antonio, è rimasto un ultimo posto.”
Non so se fosse vero o se fosse semplicemente la frase giusta al momento giusto. Però ha funzionato.
Gli ho detto:
“Sai che facciamo? Vengo. Non so come farò, ma vengo.”
Erano passati 12 anni dall’ultima volta. Non avevo più l’abbigliamento, non avevo una moto pronta per allenarmi e, sinceramente, rispetto a quando correvo pesavo circa 20 chili in più.
Ma dentro di me qualcosa si era mosso.
Non avevo ancora una soluzione, ma avevo deciso di partire.
E spesso, nei viaggi più importanti, funziona proprio così: prima decidi, poi trovi il modo.
Il ritorno alla moto dopo 12 anni
La prima cosa da risolvere era l’allenamento.
In quel periodo stavo cambiando macchina dal mio carissimo amico Danilo Lini di Auto Low Cost, compagno di mille avventure da giovane e anche lui uomo di moto e di corse.
Sapevo che anche Danilo aveva smesso da un po’, ma sapevo anche che aveva ricomprato una moto da cross per allenarsi, anche se la usava poco.
La storia è semplice: sono andato per cambiare macchina e sono tornato via con la macchina e con la sua moto.
Muletto trovato.
Il primo pezzo del puzzle era sistemato.
A quel punto Gianluca cercava di convincermi per il noleggio della moto da viaggio. Una soluzione sicuramente affidabile, pratica e sensata.
Però c’è una cosa di cui sono certo nella mia vita:
le cose che si montano non si prestano.
Così, quando mi ha detto che aveva disponibile una Kove Rally, ho deciso.
Fatta anche quella.
Moto trovata.
Allenamento iniziato.
Obiettivo fissato.
Sognando l’Africa
Il sogno era chiaro: partire, rimettermi in gioco e portare le ruote nella sabbia.
Per me non era solo un viaggio in moto. Era molto di più.
Era un modo per uscire da quel periodo spento.
Era il tentativo di rimettere in moto il corpo, la testa e la voglia di fare.
Era il primo passo verso qualcosa che ancora non sapevo definire bene.
Sognavo l’Africa.
Sognavo il deserto.
Sognavo quella sensazione che solo la moto riesce a darti quando sei lontano da tutto e devi contare su te stesso.
Ma a tre settimane dalla partenza è arrivata la botta.
Durante un allenamento in bici sono caduto male e mi sono distrutto la clavicola.
Ironia della sorte: ero uno dei pochi motociclisti rimasti con le clavicole intere. Me la sono rotta in bici.
Viaggio rimandato.
Di nuovo sconforto.
Di nuovo quella sensazione di essere tornato indietro.
Però questa volta era diverso.
Perché dentro qualcosa si era già acceso.
La nuova data e la preparazione
Dopo il primo colpo, è arrivata una nuova data: marzo.
Alla fine, guardandola nel modo giusto, forse è stato anche meglio così. Avevo più tempo per allenarmi, per prepararmi, per riprendere confidenza con la moto e con me stesso.
Perché un viaggio in moto nel deserto non è solo una questione di tecnica.
Serve preparazione fisica.
Serve testa.
Serve resistenza.
Serve lucidità.
Serve imparare a gestire fatica, paura, caldo, sabbia, imprevisti e momenti in cui vorresti solo fermarti.
E soprattutto serve una cosa:
devi volerlo davvero.
Io non ero ancora pronto come avrei voluto, ma ero pronto abbastanza per partire.
E a metà marzo, finalmente, ho messo davvero le ruote nella bellissima sabbia tunisina.
La Tunisia e quella scintilla che si è riaccesa
La Tunisia è stata il punto di svolta.
Appena ho iniziato a guidare nella sabbia, ho sentito qualcosa che non sentivo da anni.
Il rumore della moto.
La fatica vera.
Il deserto davanti.
La concentrazione totale.
La paura di sbagliare.
La voglia di continuare.
Lì ho capito che non era solo un’esperienza da fare una volta e poi basta.
Mi si è riacceso il fuoco dentro.
Quella scintilla che avevo perso, o forse solo dimenticato, era tornata.
E ho capito subito anche un’altra cosa: ero entrato in un tunnel da cui sarebbe stato difficile uscire.
Non un tunnel negativo.
Un tunnel fatto di obiettivi, allenamenti, viaggi, polvere, sabbia, moto, sacrifici e sogni.
A un certo punto ho guardato Gianluca e gli ho detto:
“Gianlu, io voglio arrivare alla Dakar.”
Da lì nasce Da Zero alla Dakar
Da quella frase nasce questo progetto.
Da Zero alla Dakar non è nato come un canale perfetto, studiato a tavolino o costruito per sembrare qualcosa che non è.
È nato da una storia vera.
Da un divano.
Da un anno difficile.
Da 30 chili presi.
Da una sponsorizzata vista per caso.
Da una telefonata.
Da una moto trovata quasi per destino.
Da una clavicola rotta.
Da un viaggio rimandato.
Da una partenza in Tunisia.
Da una scintilla che si è riaccesa nel deserto.
E oggi siamo qui, a raccontarlo.
Non punto al risultato sportivo come obiettivo principale.
Non sto dicendo che domani andrò a vincere qualcosa.
Non è questo il senso.
Il vero obiettivo è l’esperienza.
Voglio vivere il percorso.
Voglio raccontare la preparazione.
Voglio mostrare gli errori, i miglioramenti, le difficoltà, i viaggi, gli allenamenti, le cadute, i dubbi e tutto quello che serve per provare ad avvicinarsi a un sogno enorme come la Dakar.
Perché la Dakar, per chi ama la moto, il deserto e l’avventura, non è solo una gara.
È un simbolo.
È il punto più lontano che riesci a immaginare quando parti da zero.
Il legame con mio padre
C’è anche un altro motivo per cui questo progetto per me ha un valore speciale.
Mio padre mi ha sempre raccontato certe esperienze, certi viaggi, certe emozioni legate a questo mondo. Storie che mi sono rimaste dentro e che forse, senza accorgermene, hanno piantato il seme di quello che sto vivendo oggi.
Di lui parlerò meglio in un altro articolo del blog, perché merita uno spazio tutto suo.
Ma una cosa posso dirla già adesso: questo viaggio non nasce solo dalla voglia di fare qualcosa di estremo.
Nasce anche da una storia familiare, da ricordi, da passione, da qualcosa che mi porto dentro da tanto tempo.
Perché raccontare tutto in un blog
Questo blog nasce per accompagnare il canale e dare una forma più completa a tutto il progetto.
Su Da Zero alla Dakar voglio raccontare il viaggio in modo vero, senza filtri inutili.
Parlerò di moto, di rally raid, di allenamenti, di viaggi in moto, di preparazione fisica, di deserto, di Tunisia, di Africa, di attrezzatura, di errori e di tutto quello che imparerò lungo la strada.
Non sarà il racconto di uno che parte già pronto.
Sarà il racconto di uno che parte davvero da zero.
E forse è proprio questo il punto.
Perché tante persone guardano la Dakar, i rally, le moto nel deserto e pensano che siano mondi troppo lontani.
Io voglio raccontare cosa succede quando una persona normale decide di provarci.
Con i propri limiti.
Con il proprio passato.
Con le proprie paure.
Con la propria vita incasinata.
Ma anche con una voglia enorme di rimettersi in moto.
Da zero non significa senza esperienza
Il nome Da Zero alla Dakar non significa che non ho mai guidato una moto o che non conosco il mondo delle corse.
Significa un’altra cosa.
Significa ripartire da un punto basso.
Ripartire quando non sei più in forma.
Ripartire quando sono passati 12 anni.
Ripartire quando la vita ti ha un po’ spento.
Ripartire quando devi ricostruire fisico, testa, tecnica, abitudine, fiducia e coraggio.
Il vero “zero” non è tecnico.
È mentale.
È quel punto in cui ti guardi e capisci che non vuoi più restare fermo.
Il viaggio è appena iniziato
Oggi il progetto è partito.
La strada verso la Dakar è lunga, difficile e piena di ostacoli. Non so dove mi porterà davvero. Non so quanto tempo servirà. Non so quante volte dovrò cambiare programma, cadere, rialzarmi, ripartire.
Ma so perché ho iniziato.
Ho iniziato perché avevo bisogno di ritrovarmi.
Ho iniziato perché la moto mi ha sempre acceso qualcosa dentro.
Ho iniziato perché il deserto mi ha restituito una parte di me.
Ho iniziato perché certi sogni, anche quando sembrano impossibili, meritano almeno di essere inseguiti.
Questo è il punto di partenza.
Da qui nasce il viaggio.
Da qui nasce il canale.
Da qui nasce il blog.
Io sono Antonio.
E questo è Da Zero alla Dakar.
La strada è lunga.
Ma finalmente sono ripartito.
Lascia anche tu un commento
Se sei arrivato fino a qui, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi.
Hai mai vissuto un momento in cui hai sentito il bisogno di rimetterti in gioco?
Hai mai sognato un viaggio in moto, il deserto, l’Africa o magari proprio la Dakar?
Scrivilo nei commenti qui sotto.
Questo blog nasce anche per condividere esperienze, consigli, dubbi e storie di chi ama la moto, i viaggi, il rally raid e le sfide personali.
Ogni commento può diventare uno spunto, una domanda o magari il punto di partenza per un nuovo articolo.
Benvenuto su Da Zero alla Dakar.
La strada è lunga, ma finalmente siamo partiti.

